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Fare scoperte storico-artistiche con software di manipolazione digitale delle immagini: Barocci, Sangallo e altro
👤 Ian Verstegen, University of Pennsylvania/Università della Pennsylvania
Nella conoscenza della storia dell’arte esistono metodi intuitivi e analitici. Software di manipolazione delle immagini digitali consentono un tipo di ricerca analitica, che ho utilizzato negli studi di cui parlerò, su Federico Barocci e sugli architetti militari del Rinascimento italiano. Sorprendentemente, diversi strumenti digitali, tra cui l’intelligenza artificiale, non ci portano così lontano come avremmo sperato in questo genere di compiti. La maggior parte della ricerca presentata qui e si basa su una analisi manuale fatta con Photoshop. Ciò che abbiamo esplorato è la creazione digitale di un “contesto comune” che supportasse il confronto diretto tra disegni e dipinti diversi, qualcosa di simile al “museo senza pareti” di Malraux. In questo modo si crea la base su cui basare giudizi altrimenti resi difficili dalla dispersione del patrimonio culturale in tutto il mondo e che si possono invece riportare su un tavolo di lavoro comune.
Utilizzando questo paradigma, rivedrò il metodo che ho usato esaminando i disegni e i dipinti di Federico Barocci, da un lato, e le indagini militari e archeologiche di Antonio da Sangallo il Giovane, dall’altro. Così facendo, mostrerò come vi siano scoperte fondamentali che sono ancora in attesa di essere fatte, perché la ricerca storico-artistica tradizionale non inizia dal ricostruire la genesi dell’opera finale, ma da pezzi isolati. Partendo dall’insieme, si possono invece comprendere meglio i processi mentali dell’artista o dell’architetto.
Laboratorio. Gli studenti utilizzeranno una versione freeware di Photoshop per superare le restrizioni di licenza. Ci saranno una sessione “Barocci” e una sessione “Sangallo”. Dopo un’introduzione al software, verrà assegnato loro un dipinto di Barocci su cui lavorare, in gruppo, e i risultati di questo lavoro saranno poi discussi insieme. Lo stesso accadrà per Sangallo. Affrontando la sfida unica di ricostruire la perduta Immacolata Concezione di Macerata, verranno illustrati i limiti dei modelli di intelligenza artificiale. Infine, Gregory Vershbow introdurrà alcune nozioni base relative ai software di realtà virtuale (questa parte sarà in inglese).
Sguardi psicologici sulla percezione della prospettiva
👤 Ivana Bianchi, Università di Macerata
L’interesse per la prospettiva attraversa le arti, la teoria architettonica, la ricerca storica e la psicologia. Uno dei temi di dibattito più interessanti anche per gli psicologi della percezione è il fatto che gli artisti del Rinascimento spesso si discostassero dalle regole ferree della prospettiva per cercare invece soluzioni soddisfacenti per l’occhio dell’osservatore. È proprio rispetto a questo “sembrare giusto o sbagliato” all’occhio dell’osservatore che la psicologia della percezione entra in gioco. Avvicineremo questo tema attraversando tre scenari.
Il primo riguarda una breve riflessione sui diversi tipi di correzione introdotte dagli artisti per soddisfare il giudizio finale dell’occhio dell’osservatore (a partire da Verstegen, 2010, e Hertzmann, 2024).
Il secondo concerne i concetti di robustezza della prospettiva e di implicit viewer introdotti da Kubovy (1986), e accennando anche ad una loro possibile trasposizione al caso di dipinti che contengono la rappresentazione di specchi e che rivelano il fenomeno noto ai percettologi come “Effetto Venere” (Bertamini et al. 2003).
Infine, come terzo scenario, ci soffermeremo sull’idea di “Rinascimento Controfattuale” nata da un progetto di Kubovy e Liva (Liva, Bianchi, & Kubovy, 2026, under revision) e che mostra le potenzialità di usare le tecnologie digitali per rispondere ad interrogativi nati guardando dipinti Rinascimentali aventi un punto di vista molto eccentrico (come mai l’artista ha scelto questo punto di vista? Come sarebbe stato il dipinto assumendo un punto di vista più centrale?) e spostando la ricerca della risposta dal piano della mera immaginazione a quello della percezione.
Bibliografia citata:
Bertamini, M., Latto, R., & Spooner, A. (2003). The Venus effect: People’s understanding of mirror reflections in paintings. Perception, 32(5), 593–599.
Kubovy, M. (1986). The Psychology of Perspective and Renaissance Art. Cambridge University Press, Cambridge, UK.
Liva, G., Bianchi, I., & Kubovy, M. (under review), Counterfactual Renaissance: New Perspectives on the Role of Perspective. Art & Perception.
Geometrie digitali. Rappresentare l’architettura dipinta
👤 Gabriella Liva, Università Iuav di Venezia
Lo studio, l’analisi, l’interpretazione di alcune opere di uno dei pittori più discussi della seconda metà del XVI sec. Jacopo Robusti, noto come il Tintoretto, aprono ampie riflessioni su come valorizzare il nostro patrimonio artistico e culturale mediante una modalità espositiva capace di garantire un’esperienza conoscitiva aumentata dall’uso di dispositivi digitali. La creazione di percorsi esperienziali, orchestrati da una narrazione sensibile che si avvia nell’atto stesso della sua fruizione, può garantire all’osservatore una critica interazione dipendente dal processo conoscitivo delle opere e dei loro spazi evocati.
Dietro a tali sperimentazioni è presente una metodologia scientifica di ricerca che è stata messa in pratica proprio su alcuni teleri di Tintoretto. L’adozione di note regole prospettiche offre la possibilità di restituire, con un rigoroso metodo inverso e con adeguati software di modellazione 2D e 3D, lo spazio dipinto, dimostrando, come riportato nelle testimonianze storiche scritte, la reale possibilità che Tintoretto abbia utilizzato delle vere e proprie maquette in scala ridotta, necessarie alla progettazione di composizioni nelle quali inserire le luci e, ex post, i personaggi che le abitano.
Partendo da alcune tra le più famose opere del pittore veneziano è possibile verificare digitalmente la coerenza della tecnica prospettica – ragionando sulle volute deformazioni e correzioni pittoriche adottate da Tintoretto in maniera strategica e controllata soprattutto nelle opere più mature -, l’impostazione scenica in cui l’architettura dipinta diventa l’elemento strutturale della composizione, il cinematismo visivo e fisico dettato dal punto di vista dell’osservatore invitato a muoversi nella narrazione multipla della messa in scena, il rapporto tra lo spazio dipinto e lo spazio fisico, e, infine, la sua profonda ammirazione per lo spazio teatrale che porta l’artista a trasformare lo spazio dipinto in un vero e proprio palcoscenico urbano dove collocare le narrazioni bibliche.
Alla luce di queste considerazioni, le tecnologie digitali a supporto dell’arte si prestano a narrare la genesi compositiva delle opere in una destrutturazione controllata degli elementi dipinti, mediante la proiezione di contenuti multimediali che spaziano dalla visualizzazione di cloni digitali delle architetture dipinte a trasformazioni geometriche tipiche dell’image warping, proponendo oggigiorno dei percorsi di fruizione immersivi, volti a potenziare l’interazione e la conoscenza dell’inestimabile patrimonio artistico e culturale, nel caso di Tintoretto anche in modalità prossime alle dinamiche teatrali. L’aspettativa innescata dall’intrattenimento si confronta con l’osservazione diretta delle opere, invitando a riflettere sul significato delle opere che ci circondano. Agli studenti sarà chiesto di ragionare su altri capolavori pittorici di grandi maestri per apprendere strategie compositive e fruitive volte a coinvolgere l’osservatore nel processo di conoscenza storico-artistica.
Geometrie del terrore. Rappresentare gli spazi liminali
👤 Agostino De Rosa, Università Iuav di Venezia
La casa è il luogo degli affetti e della sicurezza, dove ci rifugiamo dal mondo esterno che preme con le sue angosce e convenzioni. Lì speriamo di trovare la nostra comfort zone, dove ogni cosa è disposta secondo lo schema logico e affettivo che risponde alla nostra idea di ordine e bellezza. Eppure non meno di quattro anni fa, la nostra casa si è trasformata in un incubo vivente che, nel rito collettivo e laico del lockdown, ci ha imprigionati per molti mesi. Gli spazi domestici, adornati dai nostri arredi e decori più belli, hanno iniziato a subire una lenta trasformazione, divenendo ben presto specchi sinistri in cui si rifletteva la nostra inquietudine, la paura che da quella casa (forse) non saremmo mai usciti. In un lento processo degenerativo, la nostra casa è diventata luogo di reclusione: è vero che ci ha protetto, nei casi migliori, dal mondo esterno, e tuttavia ha rivelato a tutti noi che senza quel mondo esterno, pieno di contraddizioni e pericoli, la nostra vita perdeva progressivamente senso. Proprio su questo tema, quello della casa e dello spazio domestico che improvvisamente mutano il loro senso e diventano altro da noi, riflette la conferenza e per farlo esplora l’espediente retorico della haunted house, adottando alcuni testi paradigmatici che hanno posto in evidenza le complessità e le contraddizioni di vivere in spazi perturbanti e spaesanti. Ma la comunicazione vuole sondare anche come il tema della paura nello spazio domestico, abbia cambiato il nostro modo di percepire e immaginare il mondo, soprattutto dopo che la pandemia ha trasformato tutte le nostre case in case infestate, non solo dal virus, ma dalle nostre paure e dai nostri ‘fantasmi’. Per farlo, useremo le ricostruzioni digitali delle case letterarie infestate svolte nei corsi istituzionali di Disegno che ho tenuto negli ultimi 4 anni presso l’Università Iuav di Venezia: le tools eidomatiche infatti hanno permesso la creazioni di veri e propri storyboard digitali e modelli interattivi capaci di slatentizzare l’ iridescente complessità di questi spazi retorici, sospesi tra invenzione e realtà, tra paura e speranza. Del resto parafrasando David Foster Wallace, per il quale “ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”, si potrebbe a ragione sostenere che “ogni storia di fantasmi è una storia d’amore”.
Agli studenti sarà chiesto di ‘adottare’ (come agli ‘uomini libro’ di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury) un breve racconto weird – a scelta o suggerito dalla docenza – e di costruire un’analisi ‘retorica’ (testuale, grafica, performativa, multimediale, critico-teoretica etc.) degli spazi e degli eventi in esso descritti, ognuno con il proprio taglio disciplinare, agevolando la creazione di gruppi caratterizzati da un forte meticciato culturale e accademico.
Bibliografia consigliata Ag. De Rosa, G. Lazzaretto, G. Piccinin, Geometrie del terrore. Lo spazio architettonico nella letteratura weird, Anteferma Edizioni 2025
Le scale: riflessioni su un’immagine
👤 Paolo Spinicci, Università La Statale di Milano
Le scale appartengono agli elementi architettonici più consueti: i nostri appartamenti si raggiungono facendo qualche rampa di scale e talvolta vi sono scale che all’interno di un appartamento conducono dal soggiorno alle stanze da letto o allo studio. Le scale ci consentono di spostare la nostra vita su piani diversi, consentendoci di accedere alla dimensione dell’alto e del basso, e dando piena espressione alla tridimensionalità dello spazio abitabile. Proprio per questa loro natura familiare e per il loro immediato connettersi alla nostra vita, le scale hanno una forte valenza immaginativa. Bachelard nella Poetica dello spazio sosteneva che le scale hanno un verso univoco: la scala della cantina scende, la scala del solaio è in salita. Ma il gioco dell’immaginazione è molto più complesso, come ci mostra una analisi delle scale in Delitto e castigo o di un appartamento in cui le scale compaiono solo alla fine come la Metamorfosi di Kafka. E quanto più ricco si fa il valore immaginativo, tanto meno rilevante si fa la congruenza delle descrizioni letterarie ad un possibile spazio narrato – un fatto questo che accomuna i testi letterari alle immagini, come mostrano le scale delle Prigioni di Piranesi.
Laboratorio. Il laboratorio cercherà di mostrare attraverso la moltiplicazione degli esempi le diverse possibilità immaginative che si legano alle scale e alle loro diverse forme.
28 maggio > Expositio Mundi. Dispositivo espositivo e costruzione dello sguardo
👤 Lorenzo Benedetti, storico dell’arte e curatore
Quali sono i limiti e le definizioni dello spazio espositivo? A partire da Expositio Mundi, iniziativa dedicata alla genealogia delle pratiche espositive moderne, l’intervento intende riflettere sulla mostra come dispositivo capace di organizzare il complesso rapporto tra opera, spazio e pubblico. L’esposizione oltre ad essere il luogo di presentazione diventa un dispositivo che orienta lo sguardo, struttura la percezione e produce specifiche modalità di esperienza. La disposizione delle opere, la costruzione dei percorsi e l’articolazione degli ambienti determinano infatti condizioni di visibilità che incidono direttamente sui processi interpretativi. In questa prospettiva, il pubblico non coincide con un destinatario passivo, ma con un soggetto coinvolto nella produzione di senso. Emblematico, in tal senso, è il caso di “Ipotesi per una mostra”, opera di Giulio Paolini del 1963, che mette in scena il rapporto tra lo spazio, il visitatore e la consapevolezza della propria posizione all’interno dell’esperienza espositiva. Il lavoro evidenzia come la visione non sia mai separabile dalla costruzione spaziale che la rende possibile e da quella dimensione relazionale attraverso cui l’opera incontra il pubblico. Expositio Mundi offrirà così un’occasione per interrogare la mostra come forma culturale capace di produrre non solo visibilità, ma anche conoscenza e nuove modalità del guardare.
Cartografia della sensibilità. Una città attraverso i sensi.
👤 Vincent Lecoq, artista visivo e fotografo
A conclusione di una residenza artistica a Macerata, il workshop propone una restituzione del progetto sviluppato insieme agli studenti e alla comunità locale, affiancata da una riflessione sul modo in cui percepiamo e rappresentiamo la città. Il lavoro si concentra su una geografia sensibile, costruita attraverso memorie, emozioni e pratiche individuali, in dialogo con la dimensione più oggettiva dello spazio urbano.
Attraverso la presentazione della serie fotografica e delle mappe sensibili realizzate, il progetto mette in luce il passaggio dal vedere al mostrare, fino al guardare, interrogando il ruolo dell’autore e del fruitore nella costruzione dello sguardo. La fotografia e la mappatura diventano strumenti per tradurre l’esperienza vissuta in una forma condivisibile.
Il workshop invita gli studenti a rileggere il proprio rapporto con la città, confrontando la propria esperienza con quella emersa dal progetto. Si apre così uno spazio di riflessione sulle modalità con cui lo spazio urbano può essere immaginato, percepito e restituito, tra pratica artistica e approccio interdisciplinare.

